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Scandalo Cambridge Analytica: cosa ne pensano Facebook e Apple

Nelle ultime settimane l’azienda Cambridge Analytica si è trovata al centro di uno scandalo che ha coinvolto il social network Facebook, responsabile, a detta di molti, della fuga di dati che ne è avvenuta.

Cambridge Analytica fondatoreFacciamo mente locale e descriviamo, per prima cosa, cosa fa Cambridge Analytica e come ne riesce a ricavarne del profitto. Fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario con idee estremiste di destra. L’azienda riesce a creare, grazie a particolari algoritmi da essa sviluppati, un profilo psicometrico degli utenti dei social network. Belle parole, ma cosa significa di concreto? Il profilo dell’utente viene analizzato grazie ai “Mi piace” e ai commenti lasciati, creando quindi uno spettro di abilità, comportamenti e personalità basati suglie interessi di egli. È chiaro che, più sono i “Mi piace” e commenti analizzati, più preciso è il profilo psicometrico.

A detta dell’azienda i dati vengono usati per il loro sistema di microtargeting comportamentale, il quale permette di creare pubblicità altamente personalizzate per singola persona, sostenendo inoltre che con 300 Mi piace analizzati, l’algoritmo riuscirebbe a conoscere la personalità della persona più della persona stessa.

Non è però la prima azienda ad utilizzare tale afflusso di dati; si basta pensare ad Amazon. Quante volte guardiamo un prodotto all’interno del noto e-commerce e poi ci ritroviamo, in un altro sito che magari non c’entra niente col prodotto ricercato, pubblicità spiattellata quà e là. Insomma, lasciamo le nostre tracce, che possono essere dati sensibili o semplici ricerche del nostro browser, un po’ ovunque.

Ok, ma Facebook cosa c’entra?

Facebook è, di nuovo, al centro di scandalo allora, ma perché? Perché i dati estrapolati da Cambridge Analytica all’interno della big F sembra siano stati usati per manipolare grandi decisioni politiche in passato, screditando gli oppositori: Brexit e l’elezione di Trump alla Casa Bianca ne sono due esempi allampanti.

Fino a qui va bene, cioè, Facebook permette di inserire inserzioni dedite a precisi utenti, quindi qual è il reale motivo di così tanto rumore? Torniamo qualche anno indietro per spiegare le cose al meglio: 2014, Università di Cambridge, Aleksandr Kogan.

Kogan fu il ricercatore che sviluppò una piattaforma che prometteva di ricavare il profilo psicologico dell’utente Facebook che si analizzava; sto parlando di thisisyourdigitallife. Quest’applicazione gratuita permetteva la registrazione solo tramite il bottone “Accedi con Facebook”, API che il social network rilascia agli sviluppatori per creare applicazioni associate ad esso. Ma non è tutto gratis, dato che i dati personali – e degli amici – sono aperti agli sviluppatori dell’applicazione esterna a Facebook, o così lo era almeno finché Facebook non fece caso che lasciare la possibilità di accedere anche ai dati degli amici permetteva troppo libero accesso: quasi 200 mila utenti si registrarono a thisisyourdigitallife, arrivando a colpire, secondo la rivista Guardian, i dati di circa 50 milioni di utenti (amici e amici di amici quindi); che sia un po’ ingigantito questo numero?

Ah bene, allora è una cosa del tutto legale? Sì! L’utente, infatti, accettava tale diritto all’interno delle condizioni d’uso. L’illegalità arriva quando lo sviluppatore decide di mettere online tali dati, ed è questo che ha portato al bando Cambridge Analytica da Facebook il 16 marzo 2018, ma, Christopher Wylie – ex dipendente di Cambridge Analytica e prima fonte del Guardian – dice che questa “falla” sia a conoscenza del social network da circa 2 anni e che si sia arrivati al ban solo dopo aver capito che la fuga di notizie era imminente.

Facebook però, ci tiene a far capire che questa non sia una vera e propria falla, dato che non c’entra col loro sistema di sicurezza, tentando di placare, quindi, gli utenti, la quale privacy dovrebbe tornare ad essere al sicuro.

Cosa ne pensano i big

Il CEO Mark Zuckerberg ha scritto che: “Abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni. Se non ci riusciamo, non meritiamo di trattarle”, e questo lo fa sapere proprio dal suo profilo Facebook. In un altro famoso social network, Twitter, invece, ha spopolato l’hashtag #deletefacebook lanciato da Brian Acton, fondatore della piattaforma di messaggistica Whatsapp. Molti i sostenitori di suddetto hashtag, tra cui Elon Musk, fondatore di PayPal, SpaceX, Tesla e SolarCity.

Anche Tim Cook, CEO di Apple, ha detto la sua riguardo questa vicenda: “Abbiamo seguito con preoccupazione questi ultimi anni in cui le persone, in molti paesi, stavano rinunciando ai propri dati probabilmente senza sapere completamente cosa stavano facendo ed eravamo certi che un giorno sarebbe successo qualcosa che avrebbe notevolmente offeso queste stesse persone. Sfortunatamente quella predizione si è avverata più di una volta.”. Ma non stiamo parlando della stessa azienda che ha rilasciato il controllo di iCloud al governo cinese proprio per vendere in Cina?

Ebbene, non sono la persona adatta a dirvi se continuare ad usare Facebook come se nulla fosse oppure cancellare il vostro account per sempre, bensì per ponervi una domanda: la privacy è morta per colpa delle aziende che usano i nostri dati o siamo noi stessi a farla morire quando decidiamo di condividere ogni singolo momento della nostra esistenza, reputandola più o meno interessante, su Internet?

Sono uno studente d'informatica con l'amore verso ogni forma d'arte: pittura, cinema e OOP!
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    redDjango
  • 27 marzo 2018
https://youtu.be/znsUJ2b5if0?t=180 Quasi 10 anni fa :emoji_slight_smile:
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